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Uno, nessuno, centomila. Al Teatro San Babila, con Enrico Lo Verso.

Grazie al dono. Alla vita. Alla mente alimentata dalla bellezza degli stimoli che ci rendono in grado di smistarci, specchiarci, esserci e non esserci. Vivere con il nostro nome o estraniarci. Provare a essere uno, nessuno, centomila. Respirare l’altro tramite l’interpretazione. La purezza. Grazie Enrico per aver dato una meravigliosa voce e uno, nessuno, centomila volti a Luigi Pirandello”. 

Non è frequente che, a conclusione di uno spettacolo, l’attore venga giù dal palco adagiandovi sopra un quaderno ed esortando il pubblico, ancora applaudente, a dedicare un pensiero a quanto da poco visto.

Mercoledì scorso, l’ho fatto. Ho scritto su questo quaderno il pensiero virgolettato sopra, dopo aver avuto il piacere e l’onore, grazie a Papà Imperfetto, di assistere a Uno, nessuno, centomila per la regia di Alessandra Pizzi, con Enrico Lo Verso al Teatro San Babila a Milano.

Ho cercato di esprimere la bellezza di quanto ho visto, con quelle parole. Sono stati momenti intensi. Enrico Lo Verso è un attore con la A maiuscola. É stato in grado di apparire, agli occhi del pubblico, distintamente Vitangelo Moscarda, Gengè, Dida, Annarosa, Quantorzo e Firbo. 

Lo stesso volto e lo stesso uomo a piedi nudi sul palco. Ma non è stato vissuto come un monologo. 

E fu come se Luigi Pirandello fosse a sbirciare dietro le quinte. L’ho immaginato così, con metà del suo volto esposta e l’altra metà coperta dal pesante sipario. In silenzio, con uno sguardo fermo ma pieno di orgoglio. Qualcuno stava rendendo lui onore, stava dando voci alle parole. 

E così giunti a figlio del caos, l’attore ha ritagliato uno spazio per i ringraziamenti rivolti a tutti: ai tecnici, alla regia, al pubblico e a un ragazzo che ha collaborato con la regia, un ragazzo sveglio, che lui non aveva conosciuto e il cui nome è Luigi Pirandello.

L’autore era davvero vivo in quel teatro di quella sera piovosa milanese. 

É stato bello scrutare i volti del pubblico nell’attesa di scrivere un pensiero su quel fatidico quaderno. Volti di pace e di tormento per l’emozione scatenata dal pensiero pirandelliano in grado di muovere i dogmi più profondi per dare una risposta al chi siamo

Così, a fine spettacolo, chiesi a Enrico, gentile e disponibile, come ci si sente ad essere Enrico, Uno, nessuno e centomila.

Ho scelto a otto anni di fare questo mestiere, ho conosciuto le maschere; è naturale” [..] “poi ho conosciuto Vitangelo e con lui…mi sono trovato bene. Sono un pò lui, un pò Gegè. Come Vitangelo e come Gegè”.  

Una magia. 

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